Un lanzichenecco in treno diario minimo
Oibò sono un lanzichenecco! Non scherzo, il mio sangue Normanno Svevo che parte dagli Hohenstaufen per perdersi in quella regione della Vestfalia del Sud che ha per «capitale» quella città di commerci e ladri di santi, casa di Babbo Natale e discreta custode del Graal attesta, unitamente ad altre quisquilie che non starò qui ad elencare, il mio essere un lanzichenecco.
Ora che ho elencato le mie credenziali da lanzichenecco, possiamo venire ai fatti. Prima una curiosità: l’etimo di lanzichenecco e l’appellativo terrone, senza scomodare Isidoro di Siviglia, potrebbero essere sinonimi o analoghi in una qualche maniera.
Ho dovuto prendere, per una qualche necessità, un treno che percorreva una tratta di quelle «Business» su una carrozza Executive o Business, non ricordo. Quale occasione più ghiotta per recuperare dei bermuda, una canottiera, un paio di Birkenstock e un vecchio zaino militare.
Decido si arrivare in zona Cesarini e mi faccio accompagnare al posto assegnato. Entrando, saluto con un deciso buongiorno, occhi spauriti, invasati (come chi si fa di coca o lavoro) o infastiditi mi squadrano, solo un paio di voci, tremule, rispondono titubanti al mio saluto.
Mi accomodo e mentre con discrezione estraggo dallo zaino una borraccia termica acquista con una qualche promozione in Autogrill, li scruto nascosto dai miei occhiali specchio da pilota.
Vedo una signora sui 50, ma potrebbe averne 40 sotto quel silicone. Indossa un vestito firmatissimo, grande quanto un fazzoletto, le baldracche non lo metterebbero per andare al lavoro unito a dei sandali di plastica simili a quelli che usava un’amica di mia nonna negli anni 80. Sul trucco e il parruccostendo un velo pietoso, come sulle unghie e l’intimo. È intenta a farsi selfie, guardare reel e altre attività similari, ho scoperto dopo che si trattava di un «nome» del Jet set, nulla esite all’infuori della sua persona.
Un uomo d’affari?!? Con un abito, probabilmente un fresco lana (probabilmente 200 gr.) misto seta carta da zucchero, indossa una camicia bianca con ben, e ripeto ben, tre bottoni aperti sul petto villoso, dei mocassini testa di moro, portati senza calza lunga. Parlava al telefono usando una barbarica non lingua fatta di sigle, inglesismi e italiano da seconda media. Le tre parole più usate sono state nell’ordine: engagement, focus e figa. Nessun libro, tablet o giornale, solo il suo telefono e il testosterone.
Potrebbe interessarti:Aristotele Innamorato
Un distinto signore, abito blu, scarpa nera derby a coda di rondine e cravatta regimental, pipa spenta tra i denti, parla con flemma serafica di licenziare un tot di persone per tagliare i costi e aumentare gli apprendisti, stagisti e interinali, ha una tripletta di giornali tra le mani: il Manifesto, la Repubblica e l’Espresso, lo guardo, rido, lui mi guarda e il mio braccio sistro si alza… a te decidere se con il pugno chiuso o il segno di fratellanza universale in bella mostra.
Non scordare: sono un lanzichenecco.
È il turno della Rottermeier della finanza, elegantissima ed ingessata come una mummia. Manda mail come se non ci fosse un domani e dattiloscrive come una segretaria provetta. Quando parla al telefono, non chiede, ordina. Da quel poco che riesco ad origliare odia le classi subordinate, «gli inferiori» e quei fannulloni che rovinano il mercato. La immagino in un quale locale di una metropoli, dove per riprendersi da tutta l’autorità che esercita, si fa accompagnare, stando al guinzaglio in un locale bdsm da un magazziniere precario.
Osservando questo mondo inarrivabile di arrivati al capolinea dell’umanità, mi vien fame. Estraggo a guisa d’arma dal mio zaino, una frittata di pasta e una tovaglia a quadri da stendere sul tavolino, finisco di preparare con un Chianti Classico San Giusto A Rentennano 2016. Mi guardo attorno e con il miglior sorriso chiedo se qualcuno vuole favorire. In risposta ricevo sguardi stupiti e inorriditi, Compagno Regimental su tutti.
Da una poltrona che non avevo ancora esaminato, una voce prima e un corpo poi, giungono inaspettati, e accarezzano il mio udito e vista. «Io accetto volentieri». Arrivata alla giusta distanza, si ferma, stende la mano e si presenta: «Ipazia, piacere e grazie per l’offerta». Ipazia, sarà alta 1.87, formosa, mora, sguardo intenso, determinato, furbo, intelligente, vivo. Non fa una piega sul servizio con piatti e bicchieri compostabili e mi riempie di complimenti per la frittata di pasta che non mangiava da anni e per la scelta del vino. Mi chiede come mai non usufruisca del servizio ristorante almeno per il vino. Le spiego che tra i miei molti difetti, mangio solo ciò che preparo o di cui posso controllare la preparazione e se non posso avere una vasta scelta di vini a seconda del capriccio del momento, preferisco portarlo da casa. Un po’ l’opposto di quello che si faceva nelle antiche osterie dove loro ti servivano il vino e tu ti portavi pane e companatico.
Ipazia Phersu, nonostante il nome ed il biglietto da visita altisonante da direttore (ops, avrei dovuto dire direttrice) delle Risorse Umane di una importante multinazionale è una persona gradevole.
La ascolto, la guardo (decidi tu se come un maschio normale guarda una femmina normale, un essere umano un altro essere umano o se come un maiale) e di colpo scompare tutto. Cara Ipazia, la partita o buona parte di essa la giochiamo proprio tra maschera e persona.
Tu lo sai bene visto il nome e cognome che porti.
Una voce gracchiante, metallica, fastidiosa mi riporta al qui ed ora, devo scendere, sarei rimasto, a breve prenderò un altro treno. Alla peggio ho il suo biglietto da visita…
Un lanzichenecco qualunque alla ricerca di persone oltre le maschere.
Continua
Gioia – Salute – Prosperità
Se ti piacciono le Tradizioni, i Simboli e le Società Segrete puoi seguire Lexicon Symbolorum su Patreon.



Scrivi un commento