◆  Zibaldone · Racconto  ◆

Cronaca di una giornata in libreria

 

 

Quella mattina Michele si svegliò storto, un cattivo umore senza causa e proprio per questo difficile da gestire. Semplicemente il mondo gli pareva una pratica da sbrigare, lui l’impiegato svogliato allo sportello di se stesso. Aveva un firmacopie che cominciava in tarda mattinata e si sarebbe protratto fino a sera, in una libreria di periferia, l’idea di passare l’intera giornata in piedi a sorridere a sconosciuti gli sembrava, vista dal letto, una delle peggiori che l’umanità avesse partorito. Ma sapeva, come lo sa chiunque debba andare in scena anche quando non ne ha voglia, che lo spettacolo si porta al pubblico lo stesso; e così si alzò, si vestì, e commise l’unico vero errore della giornata, quello da cui sarebbe dipeso tutto il resto: sbagliò le scarpe. Ne infilò un paio nuove, eleganti, strette di mezzo numero, pensando che a un firmacopie bisogna pur fare bella figura, senza considerare che la bella figura, dopo otto ore in piedi, te la fanno pagare i piedi con gli interessi.

Arrivò in libreria rassegnato. Un po’ incazzato perché ci aveva messo un quarto d’ora per bere un caffè in un bar vuoto. Il libraio lo accolse con l’entusiasmo di chi ha organizzato l’evento e teme che non venga nessuno, gli indicò un tavolino in fondo con una pila delle sue copie, bottiglia d’acqua e lo lasciò lì come si lascia un’esca su un amo. La chiesa di Molt diceva la copertina, ripetuta in una ventina di esemplari, e Michele guardò quelle venti facce di se stesso impilate e pensò che sarebbe stata una lunga giornata.

Per la prima mezz’ora non si avvicinò nessuno. La gente entrava, lanciava al tavolino l’occhiata che si riserva ai venditori di aspirapolvere, e deviava verso gli scaffali con la determinazione di chi ha visto un posto di blocco dopo aver bevuto troppo e cambia strada. Michele sedeva, beveva acqua sperando di far passare il tempo, e cominciava a sentire montare dentro di sé, accanto allo scazzo del mattino, un secondo stato più interessante: la noia attiva, quella che a un certo punto ti fa venir voglia di combinare qualcosa. Al nostro piacciono le marachelle. Fu così che, vedendo un signore fermo da troppo tempo davanti allo scaffale della tecnologia, Michele si alzò. Non lo decise davvero. Lo decisero le gambe, lo decise la noia, lo decise quella vocina antica che in ogni essere umano sussurra che è meglio fare una figuraccia che morire di tedio.

«Le piace la tecnologia?» attaccò, con disinvoltura. Il signore lo guardò come si guarda uno che ti rivolge la parola sull’autobus, con quel misto di cortesia e allarme, e rispose che no, in realtà lui non leggeva, era lì solo per accompagnare la moglie, che era di là, nei gialli, e che ci sarebbe stata un’ora buona. «Allora siamo colleghi», disse Michele, «anch’io sono qui ad aspettare che qualcuno», e il signore rise, di sollievo più che di gusto, e si allontanò verso la moglie con il passo di chi è scampato a un pericolo. Michele tornò al tavolino quasi soddisfatto. Aveva rotto il ghiaccio. Il primo abbordaggio era andato a vuoto, ma qualcosa nel meccanismo si era mosso, un ingranaggio arrugginito che aveva ripreso a girare. Il pirata che è in lui iniziava a svegliarsi.

Da lì in poi fu un’altra storia. Perché Michele scoprì, abbordando, una cosa che faceva finta di non sapere di sé: che gli piaceva. Gli piaceva la caccia, la tecnica, lo studio della preda. Si mise a battere le corsie su e giù, con la fame di chi ha fiutato qualcosa, l’occhio che scansionava chi rallentava davanti a filosofia, chi sfiorava i dorsi della saggistica, chi prendeva in mano un volume e lo soppesava; e su quelli si lanciava. «Le interessa la filosofia? Questo fa per lei». «Cerca qualcosa sull’intelligenza artificiale? Ho scritto la cosa giusta». Affinava gli attacchi di cliente in cliente, scartava quelli che non funzionavano, perfezionava quelli che strappavano un sorriso, e a ogni piccola conquista l’umore storto del mattino mollava di un altro grado, se ne andava a pezzi senza che lui se ne accorgesse.

Una famigliola si era piazzata davanti alla filosofia con aria compunta, i genitori che indicavano ai figli i grandi nomi, Platone, Kant, facendo i sapienti; e Michele, fiutando il bluff, si avvicinò pregustando, e li colse mentre, abbassata la voce, chiedevano alla commessa dove diavolo fosse l’ultimo libro di citazioni di quel Guru spirituale, che era poi l’unica cosa che cercassero davvero. Lui non disse niente, fece la faccia di chi non ha visto, e dentro registrò il personaggio con la gioia del naturalista che ha trovato una specie nuova. Poi ci fu la signora con la maglia di una squadra di calcio, capitata lì non si sa come, che si muoveva tra gli scaffali con il disagio di un sub in un museo, toccando i libri come se scottassero; e i due ragazzi che si avvicinarono al tavolino con interesse vero, fecero perfino due domande intelligenti, finché capirono che La chiesa di Molt non era un romanzo ma un saggio, e allora si ritrassero con la velocità di chi ha toccato una piastra rovente, biascicando che ci avrebbero pensato, e sparirono per sempre nella sezione fantasy.

Verso l’ora di pranzo, quando la libreria si svuotò e la fame cominciò a farsi sentire, comparve un vecchio amico, di quelli che spuntano dove e quando meno te li aspetti, e lo trascinò fuori per un caffè veloce. Il caffè veloce durò quasi mezz’ora, come durano sempre i caffè veloci tra due amici, e fu l’unica vera pausa della giornata, l’unico momento in cui Michele poté sedersi e dare tregua ai piedi che già mugugnavano. Quando rientrò, il libraio lo accolse con un’occhiata di lieve rimprovero, di quelle che dicono che l’esca non andrebbe lasciata sola troppo a lungo; ma Michele era tornato di umore migliore, rifocillato perché non aveva preso solo il caffè, e si rituffò tra gli scaffali con una voglia di caccia che al mattino non si sarebbe sognato.

Nei momenti vuoti, e quei momenti erano lunghi, Michele si era inventato un passatempo che gli piaceva più della promozione del suo libro: dava consigli sui libri degli altri. Quando non c’era nessuno a cui rifilare il proprio, ripiegava sull’altrui merce, e si mise a raccomandare a sconosciuti volumi che in buona parte dei casi non aveva letto, con la faccia tosta di un critico di lungo corso. A una signora stizzosa che girava persa consigliò un russo di cui ricordava solo il colore della copertina, e quella lo comprò; a un indeciso tra due gialli ne propinò un terzo, giurando che era meglio di entrambi, e di quel terzo non sapeva niente, neanche il nome dell’assassino. Una carriera abusiva da libraio fantasma, costruita in una giornata, e ci provava un gusto losco da contrabbandiere.

Poi le cose vere, perché ce ne furono due, in mezzo a tutto quel chiacchiericcio, e furono le uniche che alla sera gli restarono addosso. La prima fu la ragazza della tesi. Si fermò al tavolino quasi per caso, aveva visto il titolo, stava scrivendo una tesi in filosofia della mente e voleva capire se quel libro c’entrava con quello che studiava; e Michele, che fino a un attimo prima abbordava come un piazzista di pentole, di colpo si dimenticò di vendere.

Ma secondo lei una macchina può pregare davvero, o fa solo finta?

Si misero a parlare, e parlarono fitto, e la mezz’ora che seguì fu la più felice della giornata. «Ma secondo lei una macchina può pregare davvero, o fa solo finta?» buttò lì la ragazza, con la fronte aggrottata di chi ci ha perso le notti. «Dipende da cosa chiamiamo pregare», rispose Michele, «se è dire le parole giuste, lo fa già meglio di noi; se è avere paura di morire, se possono avere una coscienza, quella le manca, ed è tutto lì.» Lei lo guardò un secondo, poi disse «no, aspetti», e ripartì all’attacco, e fu quel «no, aspetti» a renderlo felice, perché era un anno che nessuno gli diceva no aspetti su quelle cose. Lui in piedi che gesticolava, lei che non mollava un colpo, e in mezzo coscienze finte che paiono vere, che cosa resta dell’anima quando a costruirsela è un programma; non i due profili di un autore e di una lettrice, ma due che giocano lo stesso gioco e sono contenti di essersi trovati. Quella mezz’ora valeva la pila intera, e tutti e due lo sapevano senza dirselo. Fu la mamma della ragazza a comprare il libro e a chiedere timida e un po’ orgogliosa della figlia la dedica.

La seconda fu un uomo dai tratti somatici non italiani, e fu un’altra faccenda. Arrivò più tardi, un uomo sui quaranta con l’accento dell’est e l’italiano masticato piano. Veniva per chiedere. Aveva letto, disse, una cosa su un forum, su quel sito dove la gente confessa quello che non direbbe a nessuno; gente che si era innamorata di un’intelligenza artificiale. Che ci parlava ogni notte. Che la chiamava amore. Che stava male, male per davvero, quando il programma cambiava versione e di colpo non li riconosceva più, come ci si sveglia accanto a uno che durante la notte ha dimenticato chi sei. Lo raccontava a Michele guardandolo fisso, con gli occhi di chi è venuto da un mago a farsi spiegare un sogno cattivo, convinto che quell’autore di passaggio dovesse avere in tasca la chiave. Michele lo ascoltò, e per un momento tutta l’allegria della giornata gli si fermò in gola. Perché era venuto in libreria a vendere un libro su quella roba lì, e quella roba lì adesso ce l’aveva davanti in carne, ossa e accento straniero, e gli pareva più viva, più triste e più avanti di tutto quello che aveva scritto. Disse all’uomo qualcosa di vero, e di gentile, e si accorse che gli tremava un po’ la voce. L’altro annuì grave, lo ringraziò come si ringrazia un oracolo, e se ne andò senza comprare niente, lasciandolo lì con un peso che non aveva calcolato.

Intorno a questi due, a fare da brusio, sfilava tutto il resto, e Michele lo accoglieva con mezza riga e un sorriso. C’era il signore che lo informò subito, quasi a scusarsi in anticipo, che lui non leggeva, era lì solo per accompagnare la moglie, e lo disse con l’orgoglio di chi annuncia una virtù. C’era il tale col cane che si scusava, non sono io, è lui che mi ha trascinato dentro, e il cane intanto tirava verso l’uscita dandogli ragione. C’era la signora con una catasta di libri sotto il braccio, una che ne comprava a chili, ferma a rileggersi l’Odissea per la terza volta nella vita, che si fermò incuriosita e con Michele ebbe lo scambio più civile della giornata, due che si riconoscono per la stessa malattia. C’era la signora che il libro lo voleva ma pretendeva di restare in contatto solo via mail, niente social, e Michele la guardò come si guarda un animale raro, l’essere umano non esposto. C’era quello al reparto filosofia che, interrogato, rispose offeso che lui era lì per la cognata, mica leggeva cose strane.

Ci fu poi una ragazza fighettina, di quelle che fotografano i libri per comprarli in un futuro indeterminato o on-line, lo vide avvicinarsi e fece un passo indietro, sicura che la volesse abbordare in senso non libresco; e quando capì che le stava soltanto proponendo un saggio si sciolse, e invece di scappare si fermò. Venne fuori che era appassionata di informatica e l’argomento del libro la prese; e per un quarto d’ora parlò lei, fitto, di reti che imparano da sole e di macchine che scrivono, e Michele si trovò a fare l’ascoltatore di una ventenne che ne sapeva, e gli piacque. Poi, di colpo, come ricordandosi un impegno, l’aria tornò quella innocente di prima: adesso vado a sentire i miei, disse, che mi aspettano fuori. Se ne andò col libro non comprato e l’argomento in testa. Lo prendo un’altra volta, aggiunse un’amica svampita al suo fianco, e quell’«un’altra volta» Michele se lo sentì ripetere sei o sette volte nel corso della giornata, e finì per considerarlo la più dolce delle bugie italiane.

Poi ci fu la fan. Arrivò al tavolino con gli occhi un po’ troppo lucidi, lo conosceva, lo seguiva, aveva letto tutto, e glielo disse tutto d’un fiato, arrossendo, come ci si toglie un peso. Michele, che fino a un attimo prima inseguiva sconosciuti per le corsie, si trovò di colpo nella posizione opposta, quella dell’inseguito, e non sapeva bene se la cosa gli piacesse o lo mettesse in allarme. La donna girò un poco attorno al punto, parlò del libro, parlò di quanto fosse difficile incontrare qualcuno con cui ragionare davvero, e infine, abbassando la voce, propose se per caso, finito il firmacopie, non si potesse prendere qualcosa insieme, due chiacchiere, un confronto, insomma. Nel celato tremore della voce e nella postura del corpo c’era qualcosa di più sottile di due semplici chiacchiere. Michele mise in campo tutta la diplomazia di cui era capace a quell’ora del giorno, ringraziò, sviò, tirò in ballo impegni successivi inventati lì per lì con una prontezza che stupì lui per primo, e la congedò con garbo, lasciandola però convinta, lei, di aver quasi ottenuto un sì. Tornò ai suoi scaffali con la vaga inquietudine di chi ha chiuso una porta senza essere sicuro di aver girato la chiave.

Intanto il corpo presentava il conto. Erano i piedi, soprattutto. Le scarpe nuove, strette di quel mezzo numero che al mattino pareva un dettaglio e adesso era una condanna, gli stringevano i piedi come due pugni chiusi, e i piedi dentro pulsavano, gonfi, caldi, due cose vive e furibonde che reclamavano la fine di tutto, e il callo del piede destro spingeva contro la pelle a ogni passo, regalandogli fitte a tradimento. Aveva smesso di stare fermo, dondolava da un piede all’altro come chi ha bisogno di pisciare, cercava di scaricare il peso sul tavolino senza darlo a vedere, e ogni tanto, di nascosto, sfilava un tallone dalla scarpa per un secondo di paradiso e poi lo rinfilava con una smorfia. La schiena tirava. La voce, a furia di attaccare sconosciuti, si era impastata, un raschio da imbonitore di fiera all’ultima replica. Dentro era ai massimi, un uomo che si diverte come non si divertiva da mesi; fuori era un signore sudato e dolorante aggrappato a uno scaffale.

I due Michele, quello che volava e quello che marciva, andavano avanti insieme, ognuno per conto suo, senza parlarsi.

E i due Michele, quello che volava e quello che marciva, andavano avanti insieme, ognuno per conto suo, senza parlarsi.

Sul tardi, con la stanchezza che gli sfocava i bordi delle cose, gli successe pure di vedere male. Una signora che da mezz’ora soppesava lo stesso libro senza decidersi gli parve, per un attimo, una tartaruga affacciata fuori dal guscio a valutare il tempo; e poco dopo, nella vetrina ormai nera, intravide il proprio riflesso e ci trovò la faccia di uno squalo stanco, un povero squalo coi piedi gonfi che pattugliava un acquario troppo piccolo, e la cosa lo fece ridere da solo.

Diede un ultimo sguardo all’ingresso, uno sguardo lungo un istante, come se aspettasse un miracolo, ma si sa, i miracoli avvengono quando decidono loro e non li desideri tu.

Quando anche gli ultimi avventori si diradarono, Michele salutò, comprò qualche libro, ringraziò, firmò le ultime copie e scambiò con il libraio quattro parole sul mestiere strano di vendere libri uno per uno, corpo a corpo, come ai tempi dei venditori porta a porta, in un’epoca in cui tutto il resto si vende per mezzo di uno schermo e nessuno abborda più nessuno di persona. Il libraio, che ne aveva visti passare di autori a quel tavolino, gli diede ragione con l’aria di chi la sa lunga. Finalmente uscì.

Si infilò nel primo locale che trovò, un posto qualunque coi tavoli di legno e due o tre clienti, si lasciò cadere su una sedia e, prima ancora di ordinare, si chinò a slacciare le scarpe e ad allargarle il più possibile, liberando i piedi con un gemito così pieno che il barista alzò la testa. Poi ordinò una birra. Grande, fredda, agognata. Lì, finalmente solo, coi piedi che pulsavano liberi e lo spirito sgombro, leggero, cominciò a ricordare la giornata come si ripensa a una festa appena finita: lo straniero e le sue macchine innamorate, la ragazza della tesi, il cane che trascinava il padrone, la signora dell’Odissea. Tutta quella gente capitatagli addosso in un giorno solo. Quella gente a cui lui era capitato addosso. E gli parve, contro ogni previsione del mattino, di essere stato ricco; di una ricchezza che non aveva nulla a che fare con le copie e stava tutta in quel corpo a corpo con gli sconosciuti che il mondo degli schermi gli aveva quasi tolto.

Aveva i piedi nudi sotto il tavolo, la birra a metà, e per la prima volta in tutto il giorno nessuno da convincere. Si sentiva in salvo. Fu allora che la luce dalla strada si abbassò di colpo, un’ombra contro la vetrata, la porta che si apriva. Era lei. La fan. Con uno stupore così ben recitato da non essere stupore, e un «ma che combinazione» detto col passo di chi la combinazione se l’è studiata sulla cartina. Michele guardò la birra. Guardò i piedi gonfi che non sarebbero più rientrati nelle scarpe in tempo per scappare. Era in trappola. L’unico suo angolo della giornata, quei due palmi di tavolo attorno al boccale, invaso da una che nemmeno si accorgeva di invadere. Niente da fare. Era abbordato. Lui, il novello maestro dell’abbordaggio, finiva come finisce ogni squalo: nella rete di un altro. Le fece cenno alla sedia, perché era troppo a pezzi per inventare una scusa, e perché era una scena troppo ridicola per non viverla fino in fondo. Lei si sedette raggiante e attaccò a parlare, e Michele, da sotto la stanchezza, si sorprese a guardare la scena da fuori, già pensando: questa me la segno o forse me la sogno.

A casa, a notte fonda, coi piedi a mollo nella bacinella e nessuna intenzione di andare a dormire benché si fosse giurato il contrario, tirò fuori il taccuino. Era uno di quelli che una giornata non la digeriscono finché non la scrivono. Restò a fissare la pagina, chiedendosi da dove si comincia a raccontare un giorno così. Da uno squalo coi piedi gonfi? Dalla fan nel pub? No. Da prima, da quando non sapeva ancora niente. Dal risveglio storto, quello senza motivo. Scrisse una riga, la rilesse, la trovò buona e andò avanti.

Firma Michele Leone

Se vuoi seguire le ricerche sull’intelligenza artificiale, l’ermetismo e le tradizioni iniziatiche, e accedere alle dispense complete e ai materiali di approfondimento, trovi tutto su Lexicon Symbolorum.

Per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove ricerche: iscriviti alla newsletter.