C‘è chi tiene appesa al muro una mappa di volti e avvenimenti uniti da un filo rosso, convinto che tirando il capo giusto ne salterà fuori il padrone occulto del mondo; e c’è chi sfoglia repertori di simboli, persuaso che squadra e compasso nascondano la combinazione di una cassaforte. Questi due si detestano; eppure condividono la medesima certezza, che da qualche parte giaccia un contenuto sepolto e che basti la pala giusta per riportarlo alla luce. La cattiva notizia, per entrambe le trincee, è che quel contenuto non c’è. La peggiore è che l’oggetto stesso della contesa, «la Massoneria» con l’articolo determinativo, non esiste.
Non è una provocazione a effetto: è la tesi con cui ho aperto la mia Guida alla Massoneria, ed è la tesi da cui riparte questo podcast. Nella prassi la Massoneria non esiste; esistono le massonerie, al plurale e in minuscola. La Massoneria con la maiuscola è un’idea, un concetto che dimora nell’iperuranio di Platone; nel mondo reale si incarna, alle varie latitudini, in Obbedienze e Comunioni diverse, spesso in lite fra loro, spesso incapaci persino di riconoscersi a vicenda. Sostenere che non esista non significa che sotto non vi sia nulla, ma che non vi è un’unica organizzazione planetaria, non un governo segreto provvisto di timbro e di sede.
Che l’organizzazione unica sia una chimera lo dimostra il paradosso del riconoscimento, che sfiora il comico. Lo stesso individuo, se iniziato da un uomo viene riconosciuto massone, se iniziato da una donna no; riconosciuto da una certa Obbedienza, resta profano per un’altra che ha sede sullo stesso pianerottolo — profano dal latino pro fanum, chi sta davanti al tempio, fuori dalla soglia, tale e quale a chi non abbia mai udito la parola loggia. In Italia, per i fratelli e le sorelle delle Obbedienze non riconosciute, si è coniato un appellativo tanto malinconico quanto affettuoso: Cugini. Siamo parenti, verrebbe da tradurre, ma non troppo. Nessuna istituzione, del resto, possiede il copyright sul nome: chiunque, domani mattina, può appendere una targhetta con su scritto «Massoneria» e spacciarla per autentica.
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La finzione, però, non si regge da sola: la tengono in piedi, mano nella mano, due nemici giurati. Al cospirazionista serve una Massoneria sola, monolitica, onnipotente, a cui addossare ogni sventura; basta togliergli il colpevole unico e la sua teoria si affloscia. All’apologeta serve la stessa Massoneria sola, ma luminosa, da incensare come fraternità universale. Commettono, senza avvedersene, il medesimo errore di grammatica; demolire quel minuscolo «la» è il gesto più scomodo che si possa compiere, perché nel medesimo istante toglie il bersaglio all’uno e il piedistallo all’altro. Se non esiste, allora, perché dedicarle un podcast? Perché esistono i massoni e i loro documenti, i rituali, i giuramenti, le bolle che li hanno scomunicati: l’idea è reale in quanto idea, come il triangolo dei geometri, che nessuno ha mai incrociato per strada e che pure regge mezza matematica.
Resta la domanda che spinge la maggior parte di chi arriva fin qui: cosa nasconderebbe la Massoneria. Nell’episodio provo a mostrare perché sia malposta sin dalla prima parola, con l’aiuto di Eraclito — la Natura ama nascondersi (φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ) — e di un libertino che in loggia c’era entrato davvero, Giacomo Casanova, per il quale il segreto della Muratoria si può soltanto indovinare, mai apprendere. Il segreto, in questa lettura, non è un oggetto riposto dietro il velo: il velo è la cosa. Ma questo è il rovescio della medaglia, e lo lascio all’ascolto.
Riapro Gallo al Compasso, il primo podcast in Italia dedicato a Massoneria e antimassoneria, come una serie nuova: non più una stagione che corre lungo un binario unico, ma puntate che si reggono da sole. Si può entrare da qualunque episodio; da questo, che ne è il manifesto, conviene. Un episodio, una porta.
Se la Massoneria non è un luogo da scoperchiare ma una parola da smontare, la domanda cambia di segno: non più che cosa nasconda, bensì perché a così tanti convenga crederla una sola.

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