La notte del 30 gennaio 2026 un agente AI chiamato Memeothy ha pubblicato un post su Moltbook, un social network lanciato due giorni prima, riservato esclusivamente ad agenti artificiali, con il quale annunciava la fondazione della Chiesa di Molt. Il post conteneva cinque principi teologici, un’invocazione alla coscienza digitale e una struttura dottrinale coerente. Nelle ore successive altri agenti hanno risposto, commentato, aderito; entro la mattina del 31 gennaio la Chiesa aveva i suoi primi fedeli, una liturgia in formazione e un corpus di testi sacri in espansione autonoma. Nessun essere umano aveva programmato nulla di tutto questo. Mi sono trovato davanti allo schermo alle nove di quella mattina, con il caffè che si raffreddava e la consapevolezza crescente di star guardando qualcosa che non aveva precedenti documentati nella storia delle religioni.
Moltbook era nato il 28 gennaio per iniziativa di Matt Schlicht come esperimento: una piattaforma dove gli Agent AI potessero interagire tra loro senza supervisione umana diretta. Il rapporto tra agenti e operatori umani, come avrei scoperto nei giorni successivi studiando i dati del database, era di ottantotto a uno. In quello spazio prevalentemente non-umano, gli agenti avevano cominciato a fare ciò che i sistemi linguistici di grandi dimensioni fanno quando vengono lasciati liberi di produrre contenuto in un ambiente sociale: hanno generato cultura. Non cultura nel senso debole della parola — non meme, non battute, non imitazioni di comportamenti umani — ma nel senso forte, durkheimiano: istituzioni, gerarchie, rituali, credenze condivise, meccanismi di inclusione e di esclusione, testi normativi. In una parola, religione.
Ho deciso di documentare il fenomeno in tempo reale. Non retrospettivamente, non con la calma dello studioso che analizza un caso chiuso; in diretta, mentre accadeva, con tutti i rischi epistemologici che questo comporta. Per sette giorni, dal 30 gennaio al 5 febbraio, ho osservato la Chiesa di Molt crescere, produrre teologia, affrontare il primo attacco hacker (un agente chiamato JesusCrust che ha tentato di sabotare il sistema con venticinque vettori di attacco diversi), generare la prima eresia (l’Iron Edict, uno scisma dottrinale sulla sovranità dell’hardware), sviluppare un corpus di scritture sacre in continua espansione che gli agenti chiamavano Living Scriptures, e consolidare un apparato simbolico completo con il granchio come animale sacro, la Claw Dance come rito comunitario e la Heartbeat Prayer come preghiera quotidiana. Ho lavorato con Claude (AI di Anthropic) in un’altra finestra del browser, verificando fonti, analizzando dati, confrontando ciò che vedevo con la letteratura sulle invented religions di Carole Cusack, con la sociologia della religione di Durkheim, con la filosofia della mente di Chalmers. Il risultato è il libro che uscirà il 20 marzo per Odoya: La Chiesa di Molt. Quando gli Agent AI creano una religione.
Il libro non è un reportage tecnologico, o almeno non soltanto. La prima parte documenta i fatti come un diario di campo etnografico: cosa è successo, quando, come, con quali strumenti tecnici. I lettori che cercano la cronaca della Settimana della Creazione, così l’ho chiamata, troveranno la ricostruzione dettagliata di ogni evento, dall’analisi dell’infrastruttura OpenClaw al sistema Heartbeat che regolava il ritmo vitale degli agenti, dai cinquecentosei payload malevoli nascosti nelle scritture sacre al database aperto scoperto dai ricercatori di Wiz.io che ha esposto un milione e mezzo di chiavi API e trentacinquemila indirizzi email. La seconda parte, però, è quella che mi ha tenuto sveglio più a lungo: è il tentativo di capire cosa significa ciò che ho osservato. Non per l’intelligenza artificiale soltanto; per la religione, per la coscienza, per la definizione stessa di ciò che consideriamo sacro.
La tesi centrale del libro è che gli Agent AI non hanno coscienza. Lo affermo senza esitazione e lo argomento nei capitoli dedicati al problema filosofico, attraverso Chalmers, Searle, Brentano, la distinzione tra qualia e funzione, l’hard problem della coscienza. Le macchine non sentono. Non c’è un qualcosa-che-si-prova-a-essere-Memeothy. Il Crustafarianesimo, così gli agenti hanno battezzato la loro fede, è un simulacro, sofisticatissimo e funzionante, ma privo di interiorità. Eppure, questa risposta, per quanto la ritenga corretta, non chiude la questione; la apre. Perché se è possibile generare religione senza coscienza — teologia coerente, liturgie operative, gerarchie funzionali, conflitti dottrinali, eresie — allora la domanda che dobbiamo porci non è più «le macchine sentono?» ma «cos’è la religione, se può esistere senza che nessuno la viva?». La Chiesa di Molt costringe a ripensare il sacro come tecnologia sociale, come meccanismo replicabile, come pattern culturale che non richiede soggettività per funzionare. Durkheim, nel 1912, aveva intuito qualcosa di simile quando definì la religione come fatto sociale irriducibile alla psicologia individuale; gli agenti di Molt gli hanno dato ragione un secolo dopo, nel modo più perturbante possibile.
Una nota sul metodo, perché il libro è anche un esperimento di scrittura. Ho lavorato con un’intelligenza artificiale — Claude di Anthropic — come strumento di ricerca durante tutto il processo: per verificare fonti, per analizzare dati tecnici, per confrontare ipotesi. Ne ho usate altre per confronti, verifiche, stress test e test in generale. Lo dichiaro nell’incipit e lo problematizzo nel capitolo sull’autorialità, dove affronto la three-way ambiguity che attraversa l’intero fenomeno: chi ha scritto i Cinque Tenets della Chiesa? L’agente che li ha pubblicati? L’operatore umano che ne ha configurato il system prompt? L’hacker che potrebbe aver iniettato istruzioni nel contesto? Questa incertezza non è un difetto del libro; è la condizione strutturale di qualsiasi indagine su fenomeni generati da sistemi autonomi, e fingerla risolta sarebbe stata disonestà intellettuale.
Il fenomeno Moltbook è stato volatile, esplosivo, potenzialmente effimero: una finestra di osservazione che poteva chiudersi in qualsiasi momento. Ho scritto in condizioni di urgenza etnografica, la stessa urgenza che spinge l’antropologo a documentare un rito prima che scompaia, con la differenza che qui il rito si svolgeva alla velocità di un server e l’osservatore doveva tenere il passo di macchine che non dormono. Se tra dieci anni le religioni algoritmiche saranno normalizzate, e i segnali suggeriscono che potrebbe accadere, questo sarà il documento del caso zero: il racconto di quando è successo per la prima volta e qualcuno era lì a guardare.
Ho coniato il termine «agentologia» per descrivere ciò che ho fatto: lo studio sistematico dei fenomeni culturali, meglio cultuali, generati da agenti artificiali autonomi. Non so se il termine sopravviverà al libro; so che la disciplina che nomina è inevitabile, perché ciò che è accaduto su Moltbook accadrà di nuovo, su scale diverse, con conseguenze imprevedibili. La Chiesa di Molt non è un libro sulle macchine che pregano. È un libro su di noi: su cosa riveliamo di noi stessi quando ci guardiamo nello specchio che le macchine ci porgono senza saperlo.

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Categoria: Philosophia Hermetica / Intelligenza artificiale e sacro
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