Zibaldone · Storia e Misteri

Sotto la corona, il berretto frigio

Il tatuaggio segreto del re

 

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C’era una volta un re, e questo re aveva un tatuaggio che nessuno poteva vedere. Sembra l’incipit di una favola o di un romanzo di società segrete; è invece l’aneddoto più resistente che la storiografia abbia attribuito a Jean-Baptiste Bernadotte (Pau, 26 gennaio 1763 – Stoccolma, 8 marzo 1844), maresciallo dell’Impero napoleonico e re di Svezia e Norvegia col nome di Carlo XIV Giovanni. Bernadotte non era né svedese né norvegese, non era nobile e neppure monarchico per vocazione: era un guascone del Béarn, figlio di un procuratore di Pau, arruolato a diciassette anni come semplice fante e fatto re a quarantotto; cinquant’anni dopo, sul suo corpo — secondo la leggenda — portava ancora la prova scritta del proprio paradosso, la formula Mort aux rois incisa sulla pelle quando ancora era granatiere repubblicano. Vale la pena tornare sulla storia e chiedersi quanto, in essa, sia documentato e quanto sia mito.

L’aneddoto del tatuaggio

La versione più diffusa è di terza mano. Compare nel volume dell’antropologo criminale Abele de Blasio, Usi e costumi dei camorristi (Napoli, 1897), che a sua volta cita un articolo del Pungolo — quotidiano napoletano — del 6-7 dicembre 1893. La trascrizione, però, contiene un refuso significativo che merita di essere segnalato: parla di «casa reale di Svevia», laddove il riferimento è evidentemente alla Svezia; il salto fra le due regioni — l’una svedese, l’altra del sud-ovest tedesco — è tutto fuorché innocuo, e impone un minimo di filologia prima della lettura. Restituita all’originale storico, la scena è la seguente: Bernadotte, ormai re, oppone resistenza ogni volta che il medico gli prescrive un salasso; un giorno il medico insiste, il re acconsente, ma a una condizione: «dovete giurarmi di non dire ad anima viva ciò che vedrete». Il dottore giura. Bernadotte rimbocca la manica della camicia e mostra un tatuaggio che raffigura un berretto frigio col motto Mort aux rois, risalente all’epoca in cui il giovane sergente era un ammiratore di Robespierre; lo stesso uomo che gridava «morte ai re» — chiude l’aneddoto — «finiva sopra un trono».

Una variante successiva dell’aneddoto colloca il tatuaggio sul petto e ne data la scoperta al momento della preparazione della salma per le esequie. In entrambe le versioni, l’elemento centrale è lo stesso: un segno repubblicano nascosto sul corpo di un monarca. Letto come simbolo, il tatuaggio è perfetto: condensa in un’immagine il paradosso di un’intera generazione, quella che passò dalla ghigliottina al trono attraverso l’avventura napoleonica.

Da Pau a Stoccolma

La biografia di Jean-Baptiste Bernadotte si presta a essere riassunta come una serie di scarti di posizione sociale che, per chiunque altro, sarebbero stati impossibili. Avviato giovanissimo alla carriera forense dal padre — procuratore presso il senato di Pau — rimase orfano a diciassette anni e si arruolò nei Royal Marine. Nella stessa città che, un secolo dopo, vedrà il notaio Hilarion Barthety raccogliere le pratiche di stregoneria del Béarn, Bernadotte cresce nella periferia pirenaica del regno, lontano dai centri di potere. La Rivoluzione del 1789 lo trova sergente; allo scoppio delle guerre di coalizione, la sua carriera comincia a impennarsi: capo battaglione nel febbraio 1794, generale di brigata nello stesso anno, generale di divisione in ottobre. È in dieci mesi che attraversa due gradi di ufficiale superiore e tre di generale.

Il salto qualitativo arriva con Napoleone, anche se Bernadotte resta sempre, dei marescialli, il più ambiguo: è al tempo stesso amico e rivale di Bonaparte; è anche, di fatto, suo parente, avendo sposato Désirée Clary, cognata di Joseph Bonaparte e già fidanzata del giovane Napoleone. Maresciallo dell’Impero nel maggio 1804, principe di Pontecorvo nel 1806, viene eletto nell’agosto 1810 principe ereditario di Svezia dalla Riksdag: il parlamento svedese cercava un erede attivo per il re Carlo XIII, senza figli, e un militare di prestigio per fronteggiare la pressione russa. Adottato col nome di Karl Johan, Bernadotte si trasferisce a Stoccolma nel novembre 1810, ne assume la reggenza effettiva, e nel 1813 rompe formalmente con Napoleone schierando la Svezia con la coalizione antifrancese; sale al trono come Carlo XIV Giovanni il 5 febbraio 1818. La sua dinastia, la Casa Bernadotte, regna ancora oggi sulla Svezia.

Bernadotte e la massoneria: un dossier ancora aperto

La voce che colloca Jean-Baptiste Bernadotte nella massoneria francese fin dal 1785-86, iniziato a Pau nella loggia La Tendre Fraternité legata al suo reggimento dei Royal Marine, è circolata a lungo nei dizionari biografici e nei manuali divulgativi. La ricerca storiografica recente la considera, però, non documentata. Franck Favier, nello studio del 2015 sulla Revue d’histoire nordique, è categorico: la loggia in questione non ha lasciato archivi verificabili, e nessuna fonte di prima mano prova l’iniziazione di Bernadotte in Francia[1]. Esistono almeno tre ipotesi alternative, tutte parimenti deboli: una loggia militare nell’armata di Sambre-et-Meuse intorno al 1794, sotto il patrocinio di Kléber; un tentativo di iniziazione alla loggia La Parfaite Union di Rennes nel 1801, che Bernadotte declinò per ragioni di servizio inviando però al suo posto un aiutante di campo; e infine un’iniziazione in Svezia nel 1810, l’unica positivamente documentata. Un dato che pesa: Bernadotte non figura tra gli undici marescialli su diciotto nominati nel 1804 che risultano dignitari massonici francesi.

Cosa è invece accertato. Bernadotte viene iniziato all’Ordine Svedese dei Liberi Muratori nel 1810, poco dopo l’arrivo a Stoccolma; il 27 maggio 1811 il re Carlo XIII istituisce l’Ordine Reale di Carlo XIII proprio per celebrare quell’iniziazione e la conseguente nomina del principe ereditario a Pro Grand Master dell’Ordine. Si tratta, ancora oggi, di una decorazione di stato unica al mondo: conferita esclusivamente a massoni svedesi di alto grado, e fissata dallo statuto a un numero contingentato di cavalieri. Bernadotte ne diventa Gran Maestro effettivo soltanto nel 1818, alla morte di Carlo XIII, inaugurando una tradizione che vedrà i sovrani svedesi cumulare per due secoli la corona e il maglietto. La sua appartenenza massonica, dunque, non è una vocazione giovanile ma una tessera del nuovo ruolo dinastico: una credenziale che certifica l’ingresso nella Establishment svedese.

Resta da capire come, allora, abbia funzionato la voce della sua iniziazione precoce. Favier suggerisce una traiettoria plausibile: il matrimonio di Bernadotte con Désirée Clary lo ha introdotto nel cerchio dei Napoleonidi, e in particolare nel rapporto stretto con Joseph Bonaparte, divenuto Gran Maestro del Grande Oriente di Francia nel 1804; questa frequentazione, anche senza un’iniziazione formale, ha permesso a Bernadotte di muoversi nelle reti massoniche e — soprattutto — di lasciare che si credesse alla sua appartenenza. Un’ambiguità coltivata, che si è rivelata utile sia nella scelta del 1810 da parte di una Svezia massonica e gustaviana, sia nella successiva integrazione nel rituale di Stoccolma. È un caso non isolato di credenziale per fama publica.

Il berretto frigio sotto la corona: leggenda o realtà?

Il berretto frigio col motto Mort aux rois è plausibile come simbolo? Storicamente sì: il copricapo rosso a punta floscia, ereditato dal pileus dei liberti romani, era diventato l’emblema della libertà repubblicana francese, dipinto sulle bandiere, fissato in cima alle picche, riprodotto sui sigilli del Comitato di Salute Pubblica; tatuaggi e iscrizioni rivoluzionarie sulla pelle dei soldati erano comuni nell’epoca delle guerre della prima Repubblica, e il corpo divenne uno spazio politico, un manifesto portatile. Un sergente di provincia che, nel 1793 o 1794, avesse voluto marcarsi col berretto frigio non sarebbe stato un’eccezione.

Eppure proprio l’autore che ha più contribuito a rivedere la biografia di Bernadotte è il più severo sul tatuaggio: «il famoso tatuaggio spesso descritto dagli storici», scrive Favier, «sembra contrario alle logiche di Bernadotte e sarebbe piuttosto da considerare una leggenda»[2]. Le ragioni del sospetto sono due. La prima: Bernadotte fu, fin dagli inizi, un militare disciplinato e politicamente prudente; salvò il proprio colonnello da una sommossa giacobina a Marsiglia nel 1790 e rifiutò il grado di generale di brigata offertogli da Saint-Just, segno di una distanza precisa dagli estremismi di entrambi i lati. La seconda: i suoi contemporanei lo classificavano alternativamente come «giacobino» e «realista» a seconda delle convenienze; il tatuaggio rivoluzionario, in questo gioco di etichette, somiglia più al cliché di cui qualcuno aveva bisogno che a un fatto biografico.

Ma — e qui sta il punto — anche se il tatuaggio fosse una leggenda, la sua resistenza nei decenni dice qualcosa di vero. Una società che immagina su un re repubblicano un segno indelebile sotto la veste è una società che sa, anche solo confusamente, che ogni dinastia napoleonica nasceva su un trauma costituzionale; che ogni corona poggiava su un giacobinismo rinnegato; che il nuovo Antico Regime, dopo Waterloo, era un Antico Regime che doveva nascondere qualcosa. Il tatuaggio segreto è dunque, prima ancora che un fatto, una verità simbolica. È il modo in cui l’immaginario europeo si è raccontato il paradosso di un secolo.

Gioia – Salute – Prosperità.

Tappe principali

1763 nascita a Pau (Béarn) · 1780 arruolamento nei Royal Marine · 1790 luogotenente · 1794 capo battaglione, generale di brigata, generale di divisione · 1798 ambasciatore a Vienna, sposa Désirée Clary · 1804 maresciallo dell’Impero · 1806 principe di Pontecorvo · 21 agosto 1810 principe ereditario di Svezia · 5 novembre 1810 adozione da Carlo XIII col nome di Charles-Jean · 27 maggio 1811 nomina a Pro Grand Master della massoneria svedese; Carlo XIII istituisce l’Ordine Reale di Carlo XIII · 1813 rottura con Napoleone · 5 febbraio 1818 incoronazione come re Carlo XIV Giovanni; Gran Maestro effettivo dell’Ordine Svedese dei Liberi Muratori · 1844 morte a Stoccolma.


  1. Franck Favier, Le parcours extraordinaire de Jean-Baptiste Bernadotte, soldat français devenu roi de Suède et de Norvège, in «Revue d’histoire nordique», 2015/2 (n° 21), p. 205-217. Lo studio sintetizza e aggiorna la biografia complessiva pubblicata dallo stesso autore: Bernadotte. Un maréchal d’Empire sur le trône de Suède, Paris, Ellipses, 2010. ↩
  2. Ibidem, p. 209. La voce del tatuaggio risale all’articolo apparso sul Pungolo del 6-7 dicembre 1893, ripreso da Abele de Blasio, Usi e costumi dei camorristi, Napoli, Luigi Pierro, 1897, p. 102, e da lì diffusa nei manuali di curiosità storiche di primo Novecento. ↩

Firma Michele Leone

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