Requiem per l’Occidente

Requiem per l’Occidente, op. 01 detta al nero: Ouverture

 

Se non posso non provare un certo qual disgusto per la folla fremente e sudata alla ricerca della soddisfazione di un finto bisogno indotto da una qualche campagna marketing, è grande il distacco che prendo dalla massa, l’anarchico utopico desiderio di veder dissolvere la società, in ultimo un ampio sorriso che si trasforma in ghigno diabolico. Non potrebbe essere altrimenti, vengo a portarvi l’opera al nero, giungo suonando la campana della morte, della speranza: nella dissoluzione potrete trovare la luce e il simbolo.
Cammino incurante della nera pestilenza che vi affligge, claudicante incedo appoggiandomi al vincastro, – non mostro il caduceo: non vengo in pace e non porto pace – alcuni, sulla sommità, vedono una pigna. Indosso il tabarro e la maschera, è quella del dottore o una bauta, a seconda della circostanza. Già, la maschera, oh caro Dioniso cosa ne sanno questi morti che camminano della Vita, delle promesse e degli annunci dell’Eros, della fame che non può divenire sazietà. Maschere e persone senza volto senza un cuore formano quell’orribile massa che un tempo si chiamava umanità.
Di tanto in tanto, in boschi dove la luce del sole filtra con pigrizia vado cantando e ballando (un Requiem per l’Occidente), sacri cori di vergini puttane accompagnano i riti; questi morti – per i quali intono il Requiem per l’Occidente, che non sanno d’esser morti chiamano orge ciò che nulla ha a che fare con le loro orge di cadaveri, ma è orgia (tà órgia): sacro rito di vita.

Come negli antichi sacri riti, tra qualche tempo indosseranno nel carnevale il berretto frigio, perpetueranno e rinnoveranno patti che non conoscono e saranno immersi, avvolti in una finta inutile euforia. La felicità di morti che pensano d’esser vivi. Le loro feste sono feste di masse, di folle, di indistinti, ma l’UOMO dov’è?
Ogni tanto qualcuno si lamenta, si accorge d’aver sprecato la vita:
I am here, there’s no defense
My wasted life is in your sacred hand
There’s no shelter, there’s no way out
I can’t run away, I must pay for it tonight
(The Silver Shine – Have Mercy On Me)

Non vengo a portarvi la pietà né il buonismo che vi ha ucciso, non sono qui per offrirvi le delizie che v’hanno resi rammolliti flaccidi esangui cadaveri. Non vi indico vie salvifiche né false speranze per vivere da malati. Porto con me la liberazione che è prima di tutto sofferenza, vengo a svegliare i demoni che albergano nella vostra pancia e nei vostri incubi, vengo a portarvi l’orrore d’esser vivi e volitivi senza false morali, senza le briglie di una religione: canto della natura e degli spettacoli che offre solo ai vivi. Non sono qui per gli uguali, i simili e gli omologati, sono venuto a chiamare i diversi, i rinnegati, quanti non rinunciano alla libertà per paura. Torneranno gli Acéphale, ma la loro comparsa sarà breve, saranno satiri che danzano attorno a Pan e Dioniso nell’attesa della nascita dell’UOMO.

Non pensare che sia venuto a cantare (ama e) FA’ CIÒ CHE VUOI! Non servo l’uomo d’Ippona (Dilige et quod vis fac), non leggo François Rabelais, urino sulle ceneri non spente dell’Hellfire Club e a Cefalù ho visitato, viandante, una abbazia della quale oggi non restano che le rovine.
Sono piuttosto venuto a portare il FA’ CIÒ CHE DEVI, speculare all’imperativo categorico, ma diverso nell’origine e nell’essenza.   – perché non può essere detto -, e rivelo piuttosto che svelare. Il velo di Iside, come le vesti di Maya possono essere strappati solo dei loro amanti e non è possibile raccontarne la visione. Questa finta democrazia, questa uguaglianza di morti allontana dal vero, non tutto è per tutti. Vengo per gli eletti, per quanti sono pronti ad udire la chiamata.
Per l’uomo sono venuto da lontano, come il Cinico cercandolo con una lampada in mano, nel freddo, sotto la pioggia, bruciato dal sole cerco l’UOMO senza successo, senza perdere la speranza di trovarne almeno uno vivo.
La speranza, questa luce che non può essere spenta, sono chiamato, costretto, ad esserne custode, per fare della precaria fiamma un incendio fatto d’un fuoco che arde e non brucia.
Accendi il mio fuoco:

Io il sacerdote tu la dea, facciamo brandelli dell’esistente, con acqua e terra plasmiamo l’UOMO nuovo, l’oltre uomo direbbe qualcuno, con acqua e terra nel fuoco uniamo le forze, uniamoci, finiamo il tutto con il pneuma, il respiro, il tuo ed il mio posti nel sigillo d’un bacio. E il quinto elemento? Che domande… non tutto vorrai sapere nell’immediato. Nell’immediato spera in una epifania, ma i morti possono avere un’epifania?
Requiem per l’Occidente, quasi una ballata, un dramma in tre opere: 01 opera al nero; 02 opera al bianco; 03 opera al rosso. Tre atti per ogni opera ed una Ouverture, tanto per non scontentare Pitagora.

Gioia – Salute – Prosperità

Leone-firma-piccola

27° anno della liberazione

 

 

Immagine presa dalla rete – Isle of the Dead: “Basel” version, 1880

By | 2018-01-28T17:11:27+00:00 28 gennaio 2018|Categories: Zibaldone|Tags: , , , , , , , , |