Pessoa, D’Annunzio gli epopti la poesia e il mistero

 

Notte di tempesta, notte di primigeni vagiti, notte insonne di urla e sudore, Atena nata urlante, Arpocrate ammonitore del silenzio fratello di Angerona degli amanti custode.

Danzavano le lettere! Alla memoria tornava lo Sēfer Yĕṣīrāh e la danza dei fuochi, in quello che sarebbe divenuto il giorno di San Giovanni d’estate, accendeva Babilonia, le lettere s’accoppiavano animalescamente dando origine a specie e <<razze>>, dal caos l’ordine!?! nell’ordine: il fuoco danzante che pochi non brucia e fa ardere. Ierofanti ed epopti, levatrici dello Spirito, a guidare la Grande Gestante per realizzare l’epifania del Sacro.

Papaveri, sangue fulgente

qual sangue d’eroi e d’amanti

innanzi a periglio mortale,

soli ardevate con meco

nella mistica chiostra

poi che giammai riaccese

vedrà il pellegrino le faci

del Dadùco nel tempio

d’Ecàte. Ma i grandi triglifi

dorici splendevano bianchi

là dove Demètra si assise

crucciosa, il cor piena d’angoscia,

e isterilì la terra.

Tutto era doglia e mistero

su le fondamenta solenni.

L’ombra d’una nube curvata

era sul Callicoro, come

l’ombra del mietitore

indicibile che innanzi

agli epopti mieteva

la spiga di grano in silenzio.

Gabriele D’Annunzio, Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi

Tutto questo danzare, tuoni e fulmini, scrosciare incessante d’acqua a battere su corpi incendiati da passioni inestinguibili seppur frenate. Dèi a Dèi, parole su parole per tornare al silenzio della quiete che appare morte.

Amun-Ra

 

Il mio essere vive nella notte e nell’alterità,

vestigio in scia di dove la nave andò…

 

Niente è, tutto si fa altro. La coscienza

è il vuoto tra quel che siamo e quel che Egli è.

E la Natura è l’ombra che si vede

riempire di luce il vuoto e la luce è la scienza.

Tra il vuoto di timore

riempie di movimento l’inesistenza.

 

Ma dove la Luce che egli è e l’intermittenza?

Dove è l’universo ove si legge

con la voce della Ragione verbo di fede…

Dove il Nulla trova la consistenza?

Mi fermo in me stesso, esausto di pensarmi,

in quel che sono Tu, Essere che la vita riempie e copre,

e il silenzio è udirti e rinnovarmi

odo e un orrore gli occhi dell’anima mi svuota.

 

E la Sua agonia è un manto su

il non avere se non la Sua ala.

In Lui il suo essere da sé trabocca.

 

Fu prima del Non-essere da ove Egli venne,

nell’antica Notte prima che la notte fosse,

che nell’abisso di Lui dovette vedere

lo Spirito che guarda e sta nel mezzo.

 

E intorno, fluido di ulteriore desiderio,

inizio astratto di poter esserci

in cerchi concentrici di avere

si conobbe l’universo, a sé estraneo.

 

Ma il Fantasma vigila la porta assente,

e ancora doveva passare più di un caos

senza cieli, prima che avere essere fosse ente.

Allora si aprì la porta e Egli era i veli.

/*Si compie/ in fiore in quel che la tenti.

Senza essere muore. La sua morte è Dio.

Fernando Pessoa, Il mondo che non vedo

Da oscuro abisso e dalla luce, dalle acque amniotiche sorge l’arcobaleno ed il pellegrino con il bastone riprende il viaggio.

Gioia – Salute – Prosperità

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