Un elogio funebre di Mazzini del marzo 1872 tratto da una Rivista Massonica

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini. Questa data coincide, per alcuni massoni italiani, con la commemorazione dei Fratelli passati all’Oriente eterno. La coincidenza deriva dalla volontà, dei moderni massoni, più <<politica>> che iniziatica di celebrare il rivoluzionario genovese. Lo stesso accade non senza retorica per l’anniversario del rogo di Bruno sulla scorta di ideologie risorgimentali più che di motivazioni filosofiche o iniziatiche. Non è oggetto di questo articolo illustrare come sarebbe più opportuno celebrare ad esempio durante l’equinozio di primavera i Fratelli e Sorelle passati all’Oriente eterno. Desidero, in questa data, riportarvi un <<coccodrillo>> scritto sulla rivista L’Umanitario, Rivista della Massoneria Italia del marzo 1872. È interessante notare come alcune considerazioni fatte dall’autore alla fine del pezzo possano sembrare di attualità.

società segrete

Dopo sessantaquattro anni di vita intemerata, il 10 marzo 1872 alle ore 1:32 p. m. è morto in Pisa Giuseppe Mazzini.

Nacque a Genova nel 1808; ancora giovane si dedicò alla vita pubblica; fondò un giornale col titolo Indicatore Genovese, poco dopo soppresso. Implicato nei moti del 1830 nella sua città nativa venne tratto in arresto, s’ebbe poi bando perpetuo.

Esule in Francia, fondò l’associazione politica ch’ebbe per titolo La Giovane Italia, per simbolo un cipresso, per motto ora e sempre. In questa associazione si ammettevano «tutti coloro che sentivano la potenza del nome italiano e la vergogna di non poterlo portare degnamente».

Pochi vi si associarono. I molti di allora, reputando d’impossibile attuazione l’idea della libertà ed unità italiana, la gridarono utopia.

L’apostolato della Giovane Italia si tradusse in azione. Le sommosse furono seguite dalle condanne, dopo le barricate s’innalzarono i patiboli; e non pochi dei congiurati col martirio santificarono l’idea.

Per virtù di sacrificio la falange dei pochi s’ingrossava; il grido di unità e libertà si faceva udire sommessamente e si ripeteva dalle alpi all’estrema Sicilia; ed i tiranni, e la numerosa schiera dei gaudenti, dei gallonati rispondeva colle deportazioni, cogli esili, coi supplizi.

Spuntò l’alba del 12 gennaio 1848: alla libertà si acclama per la penisola, e voce di libertà si ripercuote al di là dei nostri monti. I tiranni di mezza Europa precipitano dai loro troni; per un momento il vizio non è più ufficialmente riconosciuto.

Da Parigi a Roma, da Palermo a Pest, da Venezia a Milano e Varsavia i popoli si agitano, combattono e vincono…

Per poco tempo; il governo repubblicano di Parigi collegato ai despoti di Napoli e d’Austria distrugge il governo repubblicano di Roma, e indirettamente, tenendovi mano l’autocrazia, gli ultra montani, si rimette l’ordine a Varsavia a Milano a Venezia a Palermo.

L’Italia era di nuovo schiava; i tirannelli inferocivano; e più di tutti …. Perugia ricordi.

Le garanzie di cui si circondano i tiranni, nei governi sedicenti liberi, mirano ad impedire che la voce della verità li assalga e loro rinfacci il sangue innocente versato e le tante lordure nelle quali – le lor sacre persone inviolabili – s’insozzano.

E sangue innocente nel 1849 se ne sparse in gran copia, però, vedi ingiustizia, a noi è dato evocare la triste memoria del Borbone che allora imperava nell’Italia meridionale, mentre di altri non possiamo tener conto, e questi ferocissimi e disumani, perché così vuole una legge iniqua, che, come legge possiamo dirla tale ma non trasgredirla.

Il nucleo della Giovane Italia nel 1849 era un esercito sbaragliato ma non distrutto, debellato ma non vinto.

E i tiranni, e la numerosa schiera dei gaudenti e gallonati fecero gazzarra; ciechi di furore, infanatichiti per la riportata vittoria non seppero comprendere che l’idea era accettata, e perciò presto o tardi doveva trionfare.

Per undici anni si ebbero nuove persecuzioni, esili e supplizi.

Nel 1859 il disinteressato aiuto del real cugino è pagato ad usura con denaro e terre italiane.

Spunta l’alba del 27 maggio 1860.

Ricordando queste date storiche non si creda da noi si faccia per spirito municipale–Nò! L’unità d’Italia è dovuta agl’italiani di ogni provincia, alle simpatie di tutti gli uomini liberi, al loro aiuto.

Accanto ai nostri popolani abbiamo veduto combattere e morire, genovesi e lombardi; e sui campi di battaglia da Calatafini al Volturno sono le ossa di piemontesi, marchigiani, romagnoli e veneti, vittime, che seguirono Bandiera, Mameli, Dandolo, Bassi, Manara, Pisacane, Riso.

Tukery morto presso alle mura di Palermo, Nullo ucciso nelle foreste di Polonia, Imbriani e Cavallotti caduti a Digione per noi sono soldati dell’istesso esercito, combattenti per lo stesso principio.

La rivoluzione del 1860 venne usufruita da un partito … e non diciamo altro.

Ottenuta l’unità della patria, Mazzini continuava nell’attuazione del suo programma – lavorava per la libertà –pel suo ideale «Libertà ed Uguaglianza, Dovere, Diritto incarnati in una associazione di popoli, per iniziativa della nazione italiana».

Ed all’attuazione intera di questa idea, fino agli ultimi suoi giorni, spendeva ogni cura.

Mazzini! Colosso di sapere, di patriottismo, di onestà.

All’annunzio della sua morte in Italia dappertutto è duolo. La nazione si solleva come un sol uomo per tributare omaggio alla memoria dell’illustre patriota.

Un corteo di dodici mila persone segue la sua salma a Pisa, altri quindicimila l’attendono alla stazione di Genova e l’accompagnano al cimitero di Staglieno; ed ovunque mestizia, non compre preci o mentite lacrime – il dolore è sentito, il lutto è profondo.

Dalle piccole borgate, alle grandi città, in Cagliari, Udine, Bologna, Catania, Bari, Palermo, Torino, Napoli, sino ad Arpino e Jesi, per ogni dove, si aprono soscrizioni per innalzare monumenti all’apostolo genovese – e in Roma è coronato in effigie, in Campidoglio, alla presenza di un popolo intero.

E questa l’apoteosi della virtù.

La pubblica opinione per mezzo dei suoi organi ha reso omaggio al benemerito patriota.

L’impudenza, come ogni altro vizio, ha certi limiti. Leggendosi i giornali i più avversi ai principii di libertà e giustizia se in taluni dei luridi che s’insudiciano ai moccoli di sacristia o all’ufficio di giullare, la vediamo timida far capolino, tutti gli altri di egual risma non arrivano a tanta spudoratezza.

«A Mazzini l’Italia presente non piaceva. Non era l’Italia sua, quella grande, maestosa e felice Italia ch’egli aveva sognata. Era l’Italia di Lanza e di Sella, non l’Italia del popolo. Era l’Italia, ieri del Bonaparte, oggi di Bismark, forse domani dello Czar, l’Italia più che mai paurosa dello straniero, l’Italia delle imposte, dei debiti, della carta-moneta…

Come molti de suoi antichi seguaci, egli avrebbe potuto smettere certe sue convinzioni, ed ascriversi al partito dominante. Danari ed onori lo aspettavano in grande abbondanza. Egli sarebbe divenuto il primo oratore della Camera e il capo de gli uomini di Governo. Nessuno poteva contendere con lui in punto d’ingegno, di cognizioni, di fina diplomazia. Ma, uomo di carattere, non seppe acconciarsi con uomini e con imprese senza carattere di sorta. Amò meglio proseguire nella sua vita di proscritto, e quando lo nominarono deputato del Regno d’Italia respinse con sdegno la nomina e l’approvazione fattane dalla Camera.

In questi tempi d’ipocrisie il nome di Mazzini merita rispetto, almeno per la sincerità. Si può

dire a sua lode che egli non menti mai, ed è grandissima lode a giorni nostri, quando per trionfare è mestiere mentir sempre».

Queste parole, scritte dal nemico più acerrimo del Mazzini e delle sue dottrine, che leggemmo nel giornale l’Unità Cattolica, dicono assai più che le infinite declamazioni partigiane.

A. Crispo

 

 

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