Frammenti di poesia e amore

Nel labirinto dell’amore con la poesia come filo d’Arianna

Non importa se sia un caso, ammesso che il caso esista, che oggi sia il “compleanno” di Alda Merini ed anche la giornata mondiale della poesia, che si sia appena entrati in primavera o che per alcuni credo si sia prossimi alla celebrazione del più grande atto di amore.  Tutti i giorni dovrebbero essere un giorno per la poesia e tutti noi non dimenticarci d’essere in fondo all’anima un po’ poeti; non importa cosa sia la poesia da quali oscuri ventre tragga il suo primigenio sostentamento e non importa se la sua vita sarà eterna o quella di un sospiro o lamento. Non importa sei si è poeti con le facce allegre o maledetti e dannati e davvero cosa importa se l’amata, l’amate sia figlia di questa o altre lande: Beatrice, Laura, Lou, Maria cosa è un nome senza il verbo amare e tutto quello che porta con sé?

Forse porta con sé un po’ di malizia, ma la malizia dei poeti non è sempre coincidente con quella degli adulti:

Per la voce argentina che d’un tratto

Canta lassù dal muro del convento,

per l’odore che viene dai sambuchi,

per le stampe di caccia nell’ingresso,

per le gare di croquet in estate,

la tosse, il bacio, la stretta di mano,

c’è sempre un segreto malizioso,

un motivo privato in tutto questo.

W.H. AUDEN, La verità, vi prego, sull’amore, Adelphi

 

E la malizia è propria anche del Diavolo anche quando è un povero diavolo, come spesso lo sono i poeti, i sognatori e gli innamorati:

«Questa conversazione è stata davvero interessante…».

«Questa conversazione signora? Ma questa conversazione, ancorché fosse il fatto più importante della sua vita, in verità non si è mai verificata. In primo luogo, è risaputo che io non esisto. In secondo luogo, come concordano i teologi, che mi chiamano Diavolo, e i liberi pensatori, che mi chiamano Reazione, nessuna conversazione con me può avere interesse. Sono un povero mito, signora, e, quel che è peggio, un mito inoffensivo. Mi consola soltanto il fatto che anche l’universo – sì, questa cosa piena di varie forme di luci e di vite – è un mito.

Mi dicono che tutte queste cose possono essere chiarite alla luce della Cabala e della Teosofia, ma sono, questi, argomenti di cui non so nulla; e anche Dio, una volta gliene ho parlato, mi ha detto che non li comprendeva bene, giacché erano di pertinenza esclusiva, nei loro arcani, dei grandi iniziati della Terra – che, a quanto ho letto su libri e giornali, sono sempre stati abbondanti. Qui, in queste sfere superiori, da dove si è creato e si è trasformato il mondo, noi, per dirle la verità, non capiamo nulla. Mi affaccio a volte sulla vasta terra, steso sul margine del mio altopiano che tutto sovrasta – l’altopiano della Montagna di Heredom, come l’ho già sentito chiamare – e ogni volta che mi affaccio vedo religioni nuove, nuove grandi iniziazioni, nuove forme, tutte contraddittorie, della verità eterna, che neppure Dio conosce.

Le confesso che sono stanco dell’Universo. Sia Dio che io dormiremmo ben volentieri un sonno che ci liberasse delle cariche trascendenti di cui, non sappiamo come, siamo stati investiti. Tutto è molto più misterioso di quanto si creda, e tutto questo qui – Dio, l’universo ed io – è soltanto un cantuccio menzognero della verità inattingibile».

«Lei non immagina quanto ho apprezzato questa conversazione. Non ho mai sentito parlare così».

Erano scesi in strada, inondata dal chiar di luna, proprio in quella strada a cui ella non aveva fatto caso. Tacque un momento.

«Ma, sa – è curioso – sa, davvero, in fin dei conti, cosa provo?».

«Cosa?», chiese il Diavolo.

Ella voltò verso di lui gli occhi improvvisamente lucidi.

«Una gran pena per Lei! …».

Un’espressione di angoscia, come nessuno avrebbe pensato che fosse possibile, passò sul volto e negli occhi dell’uomo vestito di rosso. Lasciò subito cadere il braccio che cingeva quello di lei. Si fermò. Ella fece qualche passo, imbarazzata. Poi, si voltò indietro per dire qualcosa – non sapeva cosa, perché non aveva capito nulla -, per scusarsi del dolore che vide di aver provocato.

Rimase attonita. Era sola.

Pessoa, L’ora del Diavolo, Passigli.

 

Come per l’esistenza del Diavolo molti avvenimenti della vita di un poeta (poetessa) possono essere reali solo in coordinati spazio temporali differenti, anche se coincidenti, con quelle della fisica classica, la fisica dell’anima e del cuore seguono altri percorsi ed altre leggi:

Amore semplicissimo che crede alle parole

poiché non posso fare quello che voglio fare

non ti posso abbracciare né baciare

il mio piacere è nelle mie parole

e quando posso ti parlo d’amore.

Così seduta davanti a un bicchiere

in un posto pieno di persone

se la tua fronte si increspa veloce

io parlo ad alta voce nell’ardore

tu non mi dici fa’ meno rumore

che ognuno pensi pure quel che vuole

io mi avvicino sciolta di languore

e tu negli occhi hai un tenero velame

io non ti tocco, no, neanche ti sfioro

ma nel tuo corpo mi sembra di nuotare,

e il divano di quel bar salotto

quando ci alziamo sembra un letto sfatto.

Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi

L’amore anche quando viene dissacrato o vivisezionato resta il primum movens o motore immobile da cui tutto proviene e tutto torna:

C’era una volta il mio sono d’amore,

Tra l’asilo infantile e l’analista:

ma dentro il cuore sempre in batticuore

lo sogno ancora, stupida egoista.

Patrizia Valduga, Quartine (seconda centuria), Einaudi

Sempre l’amore sospeso tra due universi che sono tangibili solo per pochi ed in alcuni momenti è quello che andrebbe vissuto, non quello dei baci rifiutati o delle fredde carni unite in inutile ginnastica:

Beati coloro che hanno

due fedi al dito

una quella degli sponsali

l’altra, quella dell’arte.

Beati coloro che si baceranno

sempre al da là delle labbra

varcando dei gemiti

il confine del piacere,

per cibarsi dei sogni.

Alda Merini, Clinica dell’Abbandono, Einaudi

 

E non vi sono ragioni che tengano, paure o pregiudizi l’amore dáimōn bellissimo e crudele quando si impossessa di noi a tutte le altre voci ci rende sordi:

 

È assurdo

dice la ragione

È quel che è

dice l’amore

È infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

È vano

dice il giudizio

È quel che è

dice l’amore

È ridicolo

dice l’orgoglio

È avventato

dice la prudenza

È impossibile

dice l’esperienza

È quel che è

dice l’amore

Fried, È quel che è, poesie d’amore di paura di collera, Einaudi

 

Abbracci, carezze, fughe e abbandoni sono spesso questi gli amori dei poeti. In fin dei conti non sono anche questi gli amori dei ragazzi e di quanti ad un’opaca gioia preferiscono correre il rischio di finire contro un muro lanciati a folle velocità?

 

Quali rose fuggitive tu sei stata.

I tappeti ti chiamavano, e tu arrivasti…

Se oggi mi resta la pena che mi desti,

è giusto, perché molto ti dovevo.

 

Mi avvolsi in una seta di carezze

Quando entrasti, le sere che venivi

Di percalle io ero, quando mi desti

La tua bocca da baciare, che io morsi…

 

Pensai che fosse mia la tua stanchezza

Che sarebbe tra noi un lungo abbraccio

Il tedio che, snella, ti piegava…

 

E fuggisti. Che importa?

Se lasciasti il ricordo violetto che animasti

Dove la mia nostalgia è già colore?…

Mário de Sá-Carneiro, Dispersione, Einaudi

 

Le parole, come l’amore, poco importa se siano di un contemporaneo o di un provenzale di quell’epoca così buia da aver dato vita al gotico, ai Fedeli d’Amore ed altre amenità:

 

Ogni giorno miglioro e più m’affino

perché venero ed amo, e non ve lo nascondo,

la più bella del mondo:

sí, sono suo dai piedi sino alla cima alla testa

Soffia pure, fredd’aria di tempesta!

In pieno inverno amore

che piove in me mi tiene caldo il cuore.

Così profondamente io l’amo e la desidero

che ho paura di perderla per eccesso di brama

(se si rischia di perdere ciò che troppo si ama).

Ché il suo cuore tracima sopra il mio

senza esaurirsi mai

e tanto gli ha dato ad usura

che adesso ne possiede officina ed operai.

Arnaut Daniel, Sirventese e Canzoni, Einaudi

 

 

I giacigli alle volte divengono sepolcri e non sempre l’amore è gioia o trepidante attesa:

 

Abbiamo lenzuola fredde come lapidi

scoscese come i pendii dei monti.

Manca l’erba che si meraviglia troppo

e il sole che altissimo nuoce

alle speranze coperte che non volano

e non colpiscono il segno

di un amore rupestre,

coperte che gemono

purtroppo amaramente.

Alda Merini, Superba è la notte, Einaudi

 

Eppure l’amore può essere ancor più nudo e poco importa se sia l’amore verso l’amato, un’idea il creato o il creatore:

 

Si uniscono le nature

In un solo ardore. Ardono

le sostanze, resta

l’unità, l’unione:

ogni altro amore è

disquisizione.

Viviani, Silenzio dell’universo, Einaudi

 

Poi ci sono gli amori da “declamare” tutto d’un fiato, che non lasciano la possibilità di respirare:

Questo amore tutto intero

 Ancora così vivo

 E tutto soleggiato

 È tuo

 È mio

 È stato quel che è stato

 Questa cosa sempre nuova

 E che non è mai cambiata

 Vera come una pianta

 Tremante come un uccello

 Calda e viva come l’estate

 Noi possiamo tutti e due

 Andare e ritornare

 Noi possiamo dimenticare

 E quindi riaddormentarci

 Risvegliarci soffrire invecchiare

 Addormentarci ancora

 Sognare la morte

 Svegliarci sorridere e ridere

 E ringiovanire

 il nostro amore è là

 Testardo come un asino

 Vivo come il desiderio

 Crudele come la memoria

 Sciocco come i rimpianti

 Tenero come il ricordo

 Freddo come il marmo

 Bello come il giorno

 Fragile come un bambino

 Ci guarda sorridendo

  ci parla senza dire

 E io tremante l’ascolto

 E grido

 Grido per te

 Grido per me

 Ti supplico

 Per te per me per tutti coloro che si amano

 E che si sono amati

 Sì io gli grido

 Per te per me e per tutti gli altri

 Che non conosco

 Fermati là

 Là dove sei

 Là dove sei stato altre volte

 Fermati

 Non muoverti

 Non te ne andare

Prévert, Parole

 

Restare senza fiato sino a morire, desiderando una morte tanto “stupida” quanto inutile:

 

Tu che t’insinuasti come una lama

Nel mio cuore gemente; tu che forte

Come un branco di demoni venisti

A fare, folle e ornata, del mio spirito

Umiliato il tuo letto e il regno-infame

A cui, come il forzato alla catena,

Sono legato; come alla bottiglia

L’ubriacone; come alla carogna

I vermi; come al gioco l’ostinato

Giocatore, – che tu sia maledetta!

Ho chiesto alla fulminea spada, allora,

Di conquistare la mia libertà;

Ed il veleno perfido ho pregato

Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada

Ed il veleno, pieni di disprezzo,

M’han detto: “Non sei degno che alla tua

Schiavitù maledetta ti si tolga,

Imbecille! – una volta liberato

Dal suo dominio, per i nostri sforzi,

Tu faresti rivivere il cadavere

Del tuo vampiro, con i baci tuoi!”

Baudelaire, I fiori del male

 

La conoscenza dell’amore e dell’amata può essere una epifania che non abbisogna tempo, un lampo che per un momento rompe non solo l’oscurità, ma anche i veli di Maya o permette di vedere oltre le maschere che per necessità, spesso, si è costretti ad indossare nell’ordinario, nel quotidiano. Forse, tradire questa epifania, tradirla per paura di aver mal visto, mal sentito è uno dei tradimenti peggiori che possano esistere.

 

Non ho bisogno di tempo

 per sapere come sei:

 conoscersi è luce improvvisa.

 Chi ti potrà conoscere

 là dove taci, o nelle

 parole con cui tu taci?

 Chi ti cerchi nella vita

 che stai vivendo, non sa

 di te che allusioni,

 pretesti in cui ti nascondi.

 E seguirti all’indietro

 in ciò che hai fatto, prima,

 sommare azione a sorriso,

 anni a nomi, sarà

 come perderti. Io no.

 Ti ho conosciuto nella tempesta.

 Ti ho conosciuto, improvvisa,

 in quello squarcio brutale

 di tenebra e luce,

 dove si rivela il fondo

 che sfugge al giorno e alla notte.

 Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,

 nuda ormai dell’equivoco,

 della storia, del passato,

 tu, amazzone sulla folgore,

 palpitante di recente

 ed inatteso arrivo,

 sei così anticamente mia,

 da tanto tempo ti conosco,

 che nel tuo amore chiudo gli occhi,

 e procedo senza errare,

 alla cieca, senza chiedere nulla

 a quella luce lenta e sicura

 con cui si riconoscono lettere

 e forme e si fanno conti

 e si crede di vedere

 chi tu sia, o mia invisibile.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Einaudi

 

Ora che sei giunto a questo punto ti domanderai a che pro tutto questo. Qual è lo scopo di questo guazzabuglio di versi? Nessuno. Sono versi che casualmente si sono inseriti uno dietro l’altro e per non appesantire troppo questo articolo non ne ho inseriti altri. Lo scopo, almeno in termini pragmatici non esiste, come forse non ha scopo la poesia se non quello di raccontare, raccontare qualcosa che è al limite del tangibile, dell’umano del quotidiano. La poesia probabilmente è stata la prima forma di iniziazione ai Misteri e tra questi l’Amore, declinato in ogni sua possibile forma, resta il più grande, il più insuperato e per taluni inaccessibile. Forse queste parole, le mie e quelle prese a prestito dai poeti, non sono altro che un augurio e una speranza, la speranza di un mondo dove tornino la poesia e la bellezza al posto del brutto e di una pessima prosa, la speranza che l’amore possa nelle sue molteplici forme tornare a baciarci e baciarci ancora, perché i baci dell’Amore sono come le ciliegie: uno tira l’altro.

Gioia – Salute – Prosperità

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L’immagine rappresenta un lavoro di Raffaella Maron

 

 

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